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1) Il suo libro
abbraccia un periodo storico di oltre duemila anni. In quale momento
e circostanza si ha una testimonianza certa della produzione di
un vino chiamato Uva d'Oro nella provincia di Ferrara?
La presenza della vite
nel delta del Po è segnalata dagli storici greco Strobone
e latino Plinio il Vecchio già in epoca spinetica (VI - IV
sec. a.C.). Una testimonianza certa, invece della produzione di
un vino chiamato "Uva d'oro" ci viene offerta solo all'inizio
del 1600 dal georgico ravennate Marco Bussato, il quale nel suo
trattato "Giardino d'Agricoltura", pubblicato nel 1612,
ci racconta testualmente: "Alcune persone dice al suo gusto
del mangiar dell'uva e bevere del vino, che è meglio massimamente
l'Uva d'oro ben matura".
Tale fonte è sicuramente attendibile in quanto il Bussato
proviene da una famiglia di origine ferrarese, che servì
il serenissimo Duca Ercole I, ed ha svolto la sua attività
lavorativa, quale innestatore, nell'area litoranea tra Classe e
Mesola.
Bisognerà, però, arrivare al 1700 per avere notizie
più dirette e precise intorno alla coltivazione di un vitigno
"Uva d'oro" nel ferrarese. Sarà infatti lo storico
comacchiese Gian Francesco Bonaveri, nella sua "Storia della
Città di Comacchio" (1720), a riferirci che i vini che
d'ordinario si bevono in Comacchio sono ottimi al gusto e universalmente
salubri
Questi vini sono detti d'Uva detta d'oro
.
Il discorso sulla coltivazione dell'Uva d'oro sarà poi ripreso
in modo ampio è approfondito da Domenico Vincenzo Chendi
nel suo "L'agricoltor Ferrarese in dodeci mesi", edito
a Ferrara nel 1775.
2) A proposito del
famoso aneddoto che delinea in Renata di Francia come colei che
portò il vitigno Uva d'Oro o Fortana nella provincia di Ferrara,
la sua ricerca quale verità storica ha appurato?
Non esiste alcun riferimento
storico attendibile che affermi che Renata di Francia, figlia di
Luigi XII, venendo sposa al duca Ercole II d'Este, abbia importato
a Ferrara il vitigno "Uva d'oro" o "Fortana".
Infatti, il più noto storico ferrarese, Antonio Frizzi, nelle
sue "Memorie per la storia di Ferrara", dice testualmente:
"E' fama che Alfonso II facesse trasportare dalla Costa d'oro
della Borgogna quelle viti che al presente [1796] riempiono le nostre
possessioni e producono il vino universalmente usato ed appellato
d'Uva d'oro". Alfonso II, quindi, non Renata di Francia!
Il nome di quest'ultima, riferito all' "Uva d'oro", apparirà
per la prima volta solo all'inizio del '900, quando Vittorio Peglion
nel suo libro "La Bonifiche ferraresi" (1910), nel riprendere
la notizia del Frizzi la arricchisce di un grossolano errore: "Dalle
cronache di Mesola si rileva che là debba forse ricercarsi
la prima importazione di viti dalla Borgogna, dovuta a Renata di
Francia, consorte (?) di Alfonso II d'Este
". (Ricordiamo
per inciso che Renata fu sposa al padre di Alfonso, Ercole II, dal
1528 al 1559, e quindi madre di Alfonso).
Tale errore, puramente
fantasioso, purtroppo è stato ripreso con molta superficialità
dagli scrittori successivi al Peglion finendo cosi per accreditare
in modo definito la notizia legata a Renata di Francia.
Per ritornare al Frizzi, anche la sua affermazione che il vitigno
"Uva d'oro" sarebbe stato importato da Alfonso II deve
ritenersi infondata, infatti, egli stesso, la riferisce in modo
dubbioso (è fama
), senza fare riferimento ad alcun
documento storico.
Infine, a conferma del nostro dubbio sulla derivazione francese
dell'"Uva d'oro", segnaliamo che in nessuno dei trattati
di amplelografia, anche più recenti, troviamo per il nostro
vitigno riferimenti a ceppi francesi, anzi nella enciclopedia "Amplelographie"
di Vialá e Vermorel, edita a Parigi nel 1910, nell'annotazione
sull'"Uva d'oro" si parla di un vitigno italiano, molto
fruttifero e diffuso.
3) Dopo aver quindi
sfatato il mito della provenienza francese di questo vitigno può
fornirci una sua spiegazione dell'origine del nome locale Uva d'Oro
per questo particolare vino?
Se il vitigno Uva d'oro
non proviene dalla Francia, più precisamente dalla Costa
d'Oro, da cui per assonanza e sinonimia avrebbe dovuto avere origine
il proprio nome, allora da dove può aver tatto la sua denominazione?
In mancanza di una fonte certa ed univoca, riferiamo alcune ipotesi
tra le più significative:
- G. Bonaveri (1720): "Questi vini sono detti d'Uva detta d'oro
non già per il colore perché essa è nera, ma
per la bontà e per il giovamento che recano alla umana salute".
- D.V. Chendi (1761): "L'Uva forte, e per la sua bontà
detta anche Uva d'oro
".
- F. Aggazzotti (1867): "Il nome è dovuto all'abbondanza
e costanza della sua produzione e forse anche alla sorbevolezza
del vino".
- G. Rovasenda (1877): "Alla ricchezza del suo prodotto".
- G. Molon (1906): "Taluna volta il nome è applicato
per denotare la grande produttività della pianta".
4) Ci sono state
durante i secoli testimonianze delle caratteristiche peculiari ed
organolettiche di questo prodotto, ed in caso affermativo, ci può
fornire quelle più significative al fine di valutare anche
l'evoluzione del vino nel tempo?
Le caratteristiche
peculiari ed organolettiche del vino "Uva d'oro", raccontate
da scrittori o georgici possono essere così riassunte:
- M. Busiato (1612): "Ha la guscia dura del granello
,
si difende meglio dalle percosse dell'acqua piovana e furie grande
di venti".
- V. Tanara (1644): "Essa è la regina dell'uva negra
per far buon vino, sano, durabile, generoso, non si sgomenta per
qual si voglia quantità d'acqua che vi si ponga, ed è
tanta la sua forza naturale che riesce migliore ne' terreni grassi,
quali di sua natura fan trist'uva, che ne' colli. Non patisce a
star su le viti ancorché piove, migliora a star molto in
terra ammassata. E quando pare marcia, all'hora è buona".
- G. F. Bonaveri (1720): "Si novera una qualità di vini
[intorno a Comacchio] che chiamano salmastrati, e questi sono naturali
avendo la loro salsedine dalla terra, la quale è posta sul
margine vicino alla laguna
Certamente l'assuefazione al berli,
fa che i proprietari non li disprezzino sebbene chi non è
avvezzo a gustarli, o se ne parte con fiera cardialgia o ingombro
di mente, tale è avvenuto che sia parso fuori di senno chi
n'aveva assaggiato alquanto".
- V. Peglion (1910): "I vini prodotti da tale uva [quella delle
sabbie comacchiesi] sono assai pregiati e costituiscono uno dei
tipi maggiormente richiesti dal consumo locale, anche se, per forestiero,
specialmente se buon gustaio, essi presentano un retrogusto non
sempre e non a tutti gradevole che ne svela l'origine".
- A. Trentin (1906): "I vini rossi ferraresi, prodotti in pianure
fertili ed umide coll'Uva d'oro, sono leggerissimi, molto aciduli
e tannici; solo verso il litorale, sulla dune marine e nelle sabbie
del delta del Po, si ottengono vini di qualche pregio, meno tannici
e più armonici".
- L. Della Barba (1950): "L'Uva d'oro si è dimostrata
assai sensibile all'ambiente se è vero, come è vero,
che la medesima varietà coltivata nell'entroterra ferrarese
fornisce un prodotto qualitativamente assai scadente, mentre i vini
del Bosco Eliceo, hanno grado alcolico, sapidità, corpo,
colore che li fanno classificare quali discreti vini da pasto, che
hanno incontrato l'apprezzamento locale".
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