“Alla scoperta dei vini delle sabbie”.

Organizzato dal Consorzio di tutela vini Doc Bosco Eliceo in collaborazione con l’Enoteca regionale dei vini dell’Emilia-Romagna, l’incontro ha inteso dar voce ai produttori di questa particolare tipologia di vini che ha la sua origine in diverse zone d’Italia. L’obiettivo del Consorzio, come ha anticipato nel suo saluto il presidente Umberto Mattarelli, è stato quello di indagare se sotto l’aspetto viticolo, enologico, produttivo e commerciale, vi siano i presupposti per poter avviare l’iter di richiesta di una tipologia “vini delle sabbie” al Comitato nazionale vini, così da poter apporre in etichetta questa dicitura. “Uno strumento in più di valorizzazione e di promozione”, ha sottolineato il direttore dell’Enoteca regionale dei vini dell’Emilia-Romagna Giorgio Serra, “delle peculiarità e della tipicità non solo della produzione del Bosco Eliceo, ma di tutte quelle realtà vitivinicole che affondano le proprie radici nei terreni sabbiosi”. Ma, innanzitutto, cosa s’intende per “vini delle sabbie”? Sono prodotti che nascono da vitigni autoctoni, tipici del territorio, ai quali terreni composti da un’elevata percentuale di sabbia di diversa natura (alluvionali, moreniche, vulcaniche, granitiche) conferiscono un carattere preciso e personale, ben riconoscibile. “I terreni sabbiosi sono adatti alla viticoltura perché non sono particolarmente fertili e sono molto permeabili”, ha spiegato la prof.ssa Maria Bianca Cita, già presidente della Società geologica italiana. “Quindi adatti alla vite, una pianta dalle radici molto lunghe e che richiede un substrato ben drenato, senza ristagni d’acqua”. Ma le viti che allignano nei terreni sabbiosi hanno anche un’altra importante particolarità in comune: sono, cioè, “franche di piede”, ovvero non innestate, perché la fillossera, che all’inizio del Novecento distrusse gran parte del patrimonio viticolo europeo costringendo i viticoltori ad innestare le viti, non riesce a svilupparsi nei terreni sabbiosi. E le viti franche di piede sono più longeve, resistenti e generose in aromi varietali, più caratteristici. Nei terreni leggeri i vini possono avere aromi più fiorali e maturano più rapidamente, hanno minore corposità, ma un’intensità gustativa e di colore, maggiore finezza dei profumi, una persistenza aromatica molto interessante e, a volte, un’accentuata sapidità. Sono diverse le realtà vitivinicole che si riconoscono nella definizione “vini delle sabbie”, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia: diverse per i vitigni utilizzati, ma anche per le tecnologie di vinificazione. Al convegno sono state portate diverse testimonianze: dai vini che nascono nelle zone salmastre del ferrarese, i Doc del Bosco Eliceo –con la varietà Uva d’oro-, a quelli di fiume del Veronese, a quelli di montagna della Val d’Adige- il Pinot grigio-, a quelli delle sabbie vulcaniche, dei Campi Flegrei nel Napoletano - la Falanghina- e dell’Etna, in Sicilia –il Nerello Mascalese-, a quelli delle sabbie sarde di Dorgali, nel Nuorese- il Cannonau-. In particolare sono state sottolineate le caratteristiche dei vini del Bosco Eliceo e dell’Uva d’oro, o Fortana, la varietà predominante in questi Doc. Dal 1970 ad oggi si è avuta una drastica riduzione della superficie vitata Doc del Bosco Eliceo che è passata da 8.600 a 800 ettari. “Negli ultimi anni si sta riprendendo ad impiantare, e nelle aree più vocate”, ha spiegato la dott.ssa Marisa Fontana del Centro ricerche produzioni vitivinicole della Regione Emilia-Romagna. “Ma il rinnovo varietale ed anche quello tecnologico stentano a farsi strada, perché le dimensioni commerciali delle Cantine sono del tutto insufficienti ad ammortizzare i costi del rinnovamento strutturale. Comunque, ultimamente, sembra aumentato l’interesse per le produzioni Doc, visto che fino al 1998 la percentuale di questi vini rispetto al totale si aggirava intorno a 5-6%, nel 1999 è salita al 18% e, secondo gli ultimi dati regionali, seppur provvisori, addirittura al 30% nel 2000”. Sono dunque vini di qualità, ma per poter essere competitivi in un mercato sempre più interessato a prodotti di livello elevato, occorre migliorare ancora, adottando pratiche agronomiche ed enologiche adeguate: “Tra i suggerimenti che si possono dare”, ha detto il prof. Aureliano Amati, docente di Enologia all’Università di Bologna, “c’è quello di protrarre il più possibile i tempi di maturazione dell’uva, anche limitando la produzione per ceppo, per ottenere una maggiore concentrazione di sostanze coloranti, un minor contenuto di polifenoli a carattere tannico ed una diminuzione dell’acidità totale. Inoltre, è bene condurre macerazioni a temperatura controllata in modo da non eccedere nell’estrazione di polifenoli dosando nel contempo l’aggiunta di anidride solforosa a livelli non troppo elevati. Ma consiglierei anche di effettuare un affinamento in legno per fare acquisire al vino caratteri gustativi e di aroma preferiti dal consumatore e di sperimentare anche altri vitigni scegliendoli fra quelli autorizzati per la zona Doc Bosco Eliceo”. Un elemento essenziale per poter qualificare maggiormente queste produzioni è quello di accrescere la capacità competitiva dei produttori, sia aumentando la loro professionalità vitivinicola, sia puntando sugli elementi della comunicazione che accompagnano una bottiglia di vino, e cioè un’ adeguata etichettatura, magari con collarino esplicativo, ed un packaging innovativo. “Perché la comunicazione sarà basilare ed imprescindibile”, ha affermato il giornalista Matteo Marenghi. “I vini delle sabbie vanno innanzitutto spiegati - nessuno li conosce- e devono diventare visibilissimi, innanzitutto nei luoghi di produzione: ne devono rappresentare l’anima e la bandiera. E’ auspicabile che la menzione vini delle sabbie appaia in etichetta, come lo è che tale distinzione accomuni prodotti con un reale filo conduttore, magari esaltato anche da regole di produzione condivise”. E’, quindi, una via percorribile quella di pensare ad un riconoscimento della tipologia “vini delle sabbie”, anche perché c’è un precedente in Camargue: i vin de pays portano in etichetta la dicitura “vin de sable”. ”Ma in un’operazione che, di fatto, potrebbe interessare anche altre zone europee con caratteristiche pedologiche ed enologiche simili”, ha sottolineato il prof. Mario Fregoni, docente di Viticoltura all’Università Cattolica di Piacenza, “è interessante creare delle sinergie a livello europeo, trovando convergenze in ambito comunitario, ma non solo, perché i ‘vini delle sabbie’ si producono in tutto il mondo. Su di essi non esistono, però, statistiche: non sappiamo né quali sono, né quanti sono, né quali siano gli elementi peculiari che li caratterizzano. Si dovrebbe, dunque, innanzitutto fare qualche verifica supportata da una caratterizzazione scientificamente condotta, affinché l’indicazione ‘vini delle sabbie’ possa trasformarsi in un concreto strumento di valorizzazione”. Sono vini piacevoli, profumati, fini e discreti, l’antitesi di vini potenti ed impegnativi che possono, dunque, rappresentare, per il consumatore, un’alternativa interessante.

B.Amati

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